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Las Palmas 2022 - giorno #1


di Membro VIP di Annunci69.it sotto_bi
11.08.2026    |    524    |    0 6.0
"Dopo circa dieci minuti, il Padrone si estrasse da mia moglie, respirando profondamente e con un sorriso di dominio..."
Era l’alba della prima giornata di vacanza. Il suono del mare arrivava fino alla camera, mescolato al profumo di salsedine. Aprii gli occhi lentamente, e la prima sensazione fu il metallo freddo della gabbietta che stringeva il mio sesso. Un sesso che, libero, avrebbe mostrato tutta la sua dotazione: 20 centimetri di carne dura, ma che da quando eravamo arrivati a Las Palmas era stato rinchiuso e ridotto al silenzio.

Ogni erezione notturna si trasformava in dolore: la gabbia non perdonava, la pelle si gonfiava senza poter esplodere, e io restavo a contorcersi nel letto come un animale domato. Era la mia prigione, il mio marchio, la prova che non ero padrone di niente, nemmeno del mio corpo.

Ero nudo accanto a mia moglie, ma non ero un uomo libero nel suo letto: ero solo il suo schiavo ingabbiato, condannato a restare pronto. Lei dormiva tranquilla, il suo corpo coperto appena da un lenzuolo leggero. Mi girai verso di lei, ed ebbi la solita stretta allo stomaco: la desideravo con ogni cellula del mio corpo, ma il ferro della gabbietta rideva di me, ricordandomi che non avrei potuto mai possederla davvero.

Nel sonno, la sua mano si mosse e mi sfiorò tra le gambe. Le sue dita incontrarono il metallo della gabbia e lei sorrise, ancora con gli occhi chiusi. Un sorriso lento, soddisfatto, crudele e dolce allo stesso tempo. Non servivano parole: sapeva che accanto a lei c’erano 20 cm inutili, chiusi, impotenti, trasformati in un giocattolo che serviva solo a eccitare e a divertire gli altri.

Scendemmo dalla camera verso la curte con piscina. Io ero complet nudo e ingabbiato, ogni passo un promemoria doloroso della mia condizione. La gabbia stringeva i miei 20 cm impotenti, e io restavo in ginocchio vicino alla tavola, pronto, senza poter nascondere nulla.

Mia moglie mi passò una mano tra i capelli, fissandomi con il suo solito sorriso crudele. «Tra poco arriveranno i Padroni,» disse piano, con voce calma ma autoritaria. «Vedranno tutto, il tuo corpo, la tua gabbia, e sapranno subito chi sei: il nostro piccolo schiavo.»

Rimasi immobile, tremando tra eccitazione e vergogna. La luce del sole sulla piscina illuminava il mio corpo nudo e impotente, e sapevo che da quel momento la mia umiliazione stava per cominciare davvero.

I Padroni entrarono nella nostra corte con piscina. Lei, una bionda stupenda con seni imponenti, camminava con passo sicuro; lui, grigionato e imponente, la seguiva con calma. Ci salutammo, con le presentazioni formali: io, nudo e ingabbiato, restavo in ginocchio vicino alla tavola.

Dopo pochi istanti, i due si sedettero a tavola. Mia moglie mi diede un bicchiere di vino da servire e, con mani tremanti, li servii uno a uno, il cuore che batteva all’impazzata.

Appena finirono di prendere i bicchieri, la Padrona si alzò e disse con voce ferma: «Liberalo dalla gabbia.»

Mia moglie mi sbloccò e rimosse il metallo che mi imprigionava. Non appena fui libero, tutti e 20 i centimetri del mio membro si risvegliarono alla vista della Padrona. Lei sorrise, mi afferrò con forza e mi disse: «Non hai permesso di avere un’erezione. Il tuo posto è nella gabbia.»

Con due o tre schiaffi decisi sul mio membro, mi ricordò il mio ruolo.

Poi iniziò l’ispezione completa: mi ordinò di piegarmi a 90 gradi per un controllo anale, esaminando attentamente ogni parte del mio corpo. La Padrona mi osservava con sguardo penetrante, mentre il Padrone restava rilassato a tavola, sorseggiando il vino e guardando la scena con un sorriso soddisfatto.

Al termine dell’ispezione, la Padrona ordinò a mia moglie di rimettere la gabbia e inserire il but plug. Mia moglie obbedì immediatamente, e io tornai nudo, ingabbiato e preparato, pronto per quello che sarebbe seguito.

Dopo aver completato la mia ispezione, il Padrone si rivolse a mia moglie: «Adesso tocca a te. Spogliati.»

Lei obbedì senza esitazione, rimanendo nuda davanti a loro, con il corpo esposto sotto gli sguardi attenti e dominanti dei Padroni. Il Padrone iniziò l’ispezione: ogni centimetro del suo corpo veniva valutato, palpato e osservato. Qualche pacca decisa sui seni la fece rabbrividire, e un leggero rossore le colorò la pelle.

Io rimanevo in ginocchio, nudo e ingabbiato, impotente, osservando tutto, consapevole del mio ruolo di schiavo, mentre la Padrona e il Padrone esaminavano mia moglie con calma.

Al termine, entrambi annuirono soddisfatti. «Perfetto,» disse la Padrona. «Oggi rimarrai accanto a lui, ai piedi nostri. Non sei tu a comandare.»

Mia moglie abbassò lo sguardo, comprendendo che per la giornata il suo ruolo non sarebbe stato quello di padrona, ma di complice della nostra sottomissione, mentre io restavo l’oggetto della loro attenzione e controllo.

Il Padrone si alzò e si allontanò verso il bagno, lasciandomi inginocchiato, nudo e ingabbiato, vicino alla piscina. Il cuore mi martellava, mentre osservavo la Padrona e mia moglie, che si scambiavano sguardi carichi di complicità.

Quando il Padrone ritornò, era nudo, con una dotazione impressionante di circa 22 cm. Si sdraiò su uno sdraio vicino alla piscina, rilassato e dominante, e mi ordinò: «Portami il bicchiere di vino.»

Con mani tremanti, presi il bicchiere e glielo portai, il cuore in subbuglio. Appena arrivato davanti a lui, la sua voce ferma continuò: «Adesso comincia lentamente a succhiarmi.»

Obbedii subito, prendendolo in bocca quasi interamente. Il gusto salato e intenso, il profumo maschile dominante, la pressione del but plug e della gabbia sulla mia pelle nuda, tutto si mescolava in un turbinio di eccitazione e vergogna.

Intanto, la Padrona e mia moglie si erano sedute insieme su un altro sdraio all’ombra, baciandosi e accarezzandosi. I gemiti di mia moglie risuonavano, reazione alle pacche della Padrona. Io tremavo, impotente e completamente sottomesso, osservando tutto.

Il succhiamento continuò per circa dieci minuti, ogni secondo un misto di piacere e umiliazione. Alla fine, il Padrone pronunciò il comando: «Chiama anche la tua moglie qui.»

Io abbassai lo sguardo, ansimante, consapevole che il prossimo passo avrebbe intensificato ancora di più la mia sottomissione.

Mia moglie si sedette accanto alla Padrona, osservando attentamente ogni movimento.

Il Padrone mi ordinò: «Toglilo tutto in gola, deepthroat perfetto.»

Obbedii subito, tremando, nudo e ingabbiato, prendendolo interamente in bocca. La sensazione era quasi insopportabile: la gola si allargava fino al limite, il gusto salato e intenso, il profumo maschile e dominante, il metallo della gabbia e la pressione del but plug sulla pelle mi ricordavano la mia totale sottomissione. Il respiro era affannoso, la mente oscillava tra eccitazione e disagio, quasi da farmi vomitare.

Quando finalmente completai il deepthroat, il Padrone mi spinse delicatamente indietro e si rivolse a mia moglie:

«Ora tocca a lei. Mettiti in ginocchio e succhiami.»

Mia moglie obbedì immediatamente, inginocchiandosi accanto a me, e iniziò a servirlo sotto lo sguardo attento del Padrone e della Padrona, mentre io osservavo completamente impotente e umiliato, testimone del passaggio del controllo e della mia totale sottomissione.

La Padrona osservava mia moglie mentre serviva il Padrone, poi mi chiese con voce autoritaria:

«Dove è il bagno?»

Mi alzai lentamente, nudo e ingabbiato, cercando di guidarla verso la direzione corretta. Ma appena mi avvicinai, lei si fermò, uno sguardo malizioso e dominante negli occhi:

«No, ho un’idea migliore.»

Senza alcuna esitazione, mi afferrò saldamente la gabbia e i testicoli, imponendo il suo completo controllo sul mio corpo. Mi trascinò verso un angolo della corte, mostrando chiaramente chi deteneva il potere. Io ero nudo, ingabbiato e totalmente sottomesso, tremante tra vergogna e anticipazione, consapevole che qualsiasi azione successiva sarebbe stata decisa esclusivamente da lei.

Mi trascinò verso l’angolo del giardino, sull’erba fresca e umida, e mi spinse con forza sulle ginocchia. La gabbia stringeva i miei venti centimetri inutili, mentre il plug mi martellava dentro a ogni movimento.

«Apri la bocca,» ordinò con voce decisa. Obbedii subito, tremando.

Lei si mise sopra di me, completamente nuda, e il suo corpo emanava calore e odore intenso di donna. Allargò le gambe, portando il suo sesso a pochi centimetri dalla mia faccia, e con una mano mi afferrò i capelli per immobilizzarmi.

Un istante dopo, sentii il flusso caldo e potente invadermi la bocca. Era il suo bisogno, la sua urina, che scendeva diretta nella mia gola. Il sapore era forte, pungente, salato, un misto di calore e vergogna che mi fece tremare tutto il corpo.

«Ingoia!» gridò con tono autoritario, premendomi la testa contro di lei.

Ogni sorso bruciava la mia gola, lasciando un retrogusto amaro e metallico che non andava via. Il calore mi riempiva, scendeva nello stomaco, mentre l’erba sotto di me si bagnava di quello che non riuscivo a trattenere.

La Padrona gemeva piano, alleggerita e soddisfatta, mentre io deglutivo senza fiato, le lacrime agli occhi. Non c’era più distinzione: ero il suo gabinetto vivente, il suo schiavo ridotto al ruolo più basso.

Quando finalmente il flusso terminò, lei si scostò lentamente, con un sorriso crudele e compiaciuto. «Bravo… hai inghiottito tutto come un vero cagnolino.»

Intorno a noi, il sole del mattino brillava sull’acqua della piscina, e i gemiti di mia moglie, ancora occupata a servire il Padrone, mi ricordavano che quello era solo l’inizio della mia giornata di umiliazione.

«Alzati,» ordinò la Padrona con tono secco, tirandomi su per i capelli. Le gambe mi tremavano, l’erba bagnata scivolava sotto i miei piedi nudi, ma non osavo esitare. La gabbia stringeva ancora il mio sesso impotente, ricordandomi chi ero: niente più che uno schiavo.

«Adesso vai dal Padrone e da tua moglie,» continuò con un sorriso crudele. «Lui ha appena finito sul suo corpo… e tu sai bene cosa devi fare.»

Il cuore mi martellava mentre avanzavo verso la piscina. La scena mi colpì come un pugno nello stomaco: mia moglie era distesa sul lettino, il corpo nudo e bagnato, coperto dello sperma caldo e denso del Padrone. Lei respirava affannata, le guance arrossate di eccitazione e vergogna.

Il Padrone, ancora eretto e imponente, si era appena scostato, sorseggiando vino con aria soddisfatta. Mi lanciò un’occhiata glaciale, piena di disprezzo e dominio.

«Inginocchiati,» ordinò la Padrona alle mie spalle. Obbedii subito, inginocchiandomi accanto al lettino, con il naso a pochi centimetri dal ventre della mia donna. Il profumo acre e dolciastro dello sperma mi investì immediatamente.

«Lecchi tutto,» disse il Padrone, senza nemmeno guardarmi, come se parlasse a un cane.

La mia lingua tremante sfiorò la pelle calda di mia moglie, raccogliendo il seme denso che le colava sul petto e sulla pancia. Il gusto mi esplose in bocca: salato, amaro, viscoso. Ogni leccata era una pugnalata di umiliazione, ma anche un brivido che mi attraversava la schiena, impossibile da fermare.

Mia moglie gemeva piano, mentre il Padrone la accarezzava con calma, osservando compiaciuto la scena. Io continuavo a leccare, a pulire ogni goccia con la lingua, fino a non lasciare nulla. Ogni sorso inghiottito era un sigillo sulla mia condizione: schiavo, cuckold, strumento.

Quando terminai, la Padrona mi prese per il mento e mi costrinse ad aprire la bocca, mostrandola al Padrone. «Guarda,» disse lei con un sorriso feroce, «ha inghiottito tutto come un bravo cagnolino.»

Il Padrone annuì lentamente, soddisfatto, poi si rivolse a mia moglie: «Ora tocca a te decidere… vuoi che il tuo schiavo resti a pulire ancora, o preferisci che lo usiamo insieme?»

La Padrona non attese neppure la risposta di mia moglie. Con un gesto deciso aprì una valigetta, ne estrasse uno strap-on enorme, nero, dalle dimensioni impressionanti, e se lo allacciò lentamente ai fianchi. Il cinturone aderiva al suo corpo nudo, trasformandola in una figura ancora più dominante e crudele.

«Continua a leccarla,» ordinò rivolta a me, con voce ferma e tagliente.

Obbedii senza fiatare, chinandomi di nuovo sul ventre di mia moglie. La mia lingua scivolava sulla sua pelle calda, raccogliendo le ultime tracce di seme. Lei gemeva, già provata, ma non ebbe il tempo di reagire: la Padrona si posizionò sopra di lei e, senza alcuna esitazione, spinse lo strap-on imponente dentro la sua fessura bagnata.

Un gemito acuto uscì dalle labbra di mia moglie, un misto di dolore e piacere, ma la Padrona non si fermò. La penetrava con forza, ignorando ogni lamento, ogni tremito del suo corpo. Io, inginocchiato accanto a loro, continuavo a leccare tra i suoi seni, sul ventre e sulle cosce, mentre il ritmo delle spinte si faceva sempre più deciso.

Di tanto in tanto, la Padrona estraeva lo strap-on e lo spingeva verso la mia bocca. «Succhialo,» ordinava, e io obbedivo subito, sentendo in gola quell’oggetto enorme, intriso dei fluidi caldi di mia moglie. Era immenso, duro, e mi riempiva la bocca fino quasi a soffocarmi.

Il gioco crudele continuò a lungo, finché il corpo di mia moglie iniziò a tremare. Le sue gambe si contrassero, i gemiti diventarono più acuti e disordinati: stava venendo, scossa da un orgasmo potente che la lasciò senza fiato sotto il dominio della Padrona.

In quel momento, mentre ancora gemeva, la Padrona si girò verso di me con lo sguardo di ghiaccio. «Togliti il plug,» ordinò secca.

Con le mani tremanti obbedii, sentendo il vuoto improvviso lasciato nel mio corpo. Lei continuò: «Ora mettiti in posizione.»

Mi inginocchiai davanti alla Padrona, il cuore in gola, le mani tese verso l’erba bagnata. Lo strap-on enorme incombeva sopra di me, il suo profilo nero e lucido scintillava al sole. La paura mi attanagliava lo stomaco: era immenso, più grande di qualsiasi cosa avessi mai visto.

«Respira profondamente,» ordinò la Padrona, il sorriso crudele sulle labbra. «Non muoverti, lascia che ti penetri.»

Con mani tremanti mi piegai leggermente, offrendo il corpo al suo strap-on. La punta mi sfiorò l’ano, dura e invadente, e un brivido di terrore e eccitazione mi percorse la schiena. Con un movimento deciso, spinse dentro. Il dolore acuto mi fece stringere i denti, ma la Padrona mi teneva fermo per i fianchi, non lasciandomi scampo.

Ogni spinta era un mix di pressione estrema e calore, il suo strap-on pieno e duro che riempiva completamente il mio corpo. Tremavo, il respiro affannoso, le mani che cercavano di aggrapparsi all’erba umida per mantenere l’equilibrio. Il metallo della gabbia e il plug dentro di me accentuavano ogni sensazione, amplificando dolore ed eccitazione in un vortice insopportabile.

«Così, continua a leccarla mentre ti penetro,» ordinò, e io obbedii subito, mentre il mio sguardo cadeva su mia moglie. Il corpo di lei ancora tremava per l’orgasmo appena passato, completamente esposto sotto di noi. La mia lingua scivolava sulle sue curve, mentre ogni spinta dello strap-on mi faceva gemere, sobbalzare, sentirmi più piccolo e impotente che mai.

Ogni movimento era un atto di dominio assoluto: lo strap-on entrava ed usciva lentamente, profondamente, e io sentivo ogni centimetro come se mi spezzasse dall’interno. La paura di essere ferito, l’umiliazione di essere usato, il piacere pungente che mi attraversava il corpo: tutto si mescolava in un’agonia dolceamara che mi lasciava senza fiato.

La Padrona, imperiosa, variava il ritmo: qualche volta più veloce, qualche volta più lenta, e io tremavo con lei sopra di me, incapace di fare altro che accettare ogni centimetro del suo strap-on, totalmente soggiogato.

Ogni spinta dello strap-on diventava più intensa, profonda e crudele. La mia respirazione era affannosa, il cuore batteva all’impazzata, il corpo tremava completamente sottomesso. La Padrona mi dominava totalmente, mentre io ero costretto a rimanere inginocchiato, continuando a leccare mia moglie, il sapore del suo corpo ancora vivo sulle mie labbra.

«Non fermarti,» ordinò, il tono gelido e autoritario. «Voglio che finisca tutto dentro di te.»

Sentii il dolore e il piacere mescolarsi in modo insopportabile. Lo strap-on mi riempiva completamente, ogni spinta spingeva il mio corpo verso l’inevitabile. Tremavo, la gola serrata, le mani che cercavano disperatamente equilibrio sull’erba umida. Il mio corpo cedette: un’ondata calda e intensa mi scosse, la mia eiaculazione forzata uscì nonostante la gabbia e un brivido di umiliazione pura mi attraversò dall’interno all’esterno.

La Padrona rise piano, soddisfatta, mentre io ansimavo, completamente esausto e vulnerabile. Ma non c’era tempo per riprendere fiato: lei mi afferrò con decisione, tirandomi leggermente avanti, e disse:

«Adesso meriti una punizione, piccolo schiavo.»

Mi voltò con forza e mi piegò leggermente sul prato. Il primo colpo arrivò sulle natiche, duro, deciso, facendomi gemere e sobbalzare. Non mi diede tregua: una serie di sculacci forti, ritmici, mi colpirono il sedere, ogni colpo amplificando il dolore e l’umiliazione.

Poi, con un gesto crudele, abbassò la mano sui testicoli, colpendoli con precisione. Il dolore acuto mi fece piegare in avanti, gemendo tra la sofferenza e l’eccitazione. Ogni colpo era un promemoria del mio ruolo: impotente, sottomesso, completamente sotto il controllo della Padrona.

Quando finalmente si fermò, io ero inginocchiato sull’erba, il respiro corto, la pelle rossa e dolorante, la gabbia ancora stretta intorno al mio sesso. La Padrona mi osservava con un sorriso soddisfatto, il suo strap-on ancora posizionato, mentre mia moglie guardava in silenzio, completamente esposta e soggetta ai desideri dei Padroni.

La Padrona decise di fare una piccola pausa. Ci ordinò di inginocchiarci accanto ai loro piedi mentre loro si sistemavano comodamente sui sedie attorno al tavolo. «Fate una sigaretta e bevete un sorso di vino,» disse con tono calmo ma autoritario. «Quello che è stato difficile… è solo l’inizio.»

Accendemmo la sigaretta, l’odore del tabacco mescolato al vino ci diede un breve respiro, un attimo di tregua nella nostra totale sottomissione. Ma appena avevo fatto due tiri, il Padrone si voltò verso di me, lo sguardo gelido:

«Adesso succhialo,» ordinò, indicando il suo membro.

Il cuore mi balzò, le mani tremavano, ma obbedii subito, piegando la testa verso di lui. Mentre lo servivo, il Padrone si rivolse a mia moglie:

«Sei d’accordo a far venire un altro bull?» chiese con voce calma, il sorriso crudele sulle labbra.

Lei esitò appena, ma annuì, e io rimasi impotente. La mia opinione non contava. Ero lì solo per obbedire, leccare, servire, mentre il Padrone e la Padrona decidevano ogni passo del nostro destino.

Continuando a succhiare, sentivo il sapore forte, intenso, e il tremito sottile del Padrone sotto le mie labbra. Mia moglie osservava, nuda e sottomessa, pronta a seguire qualsiasi ordine, mentre io rimanevo completamente ridotto al ruolo di schiavo, spettatore e strumento di piacere per loro.

Mia moglie annuì, accettando l’arrivo del bull, mentre io continuavo a inginocchiarmi accanto ai piedi dei Padroni. Sentivo il Padrone crescere nella mia bocca mentre parlava al telefono, e il suo respiro profondo mi faceva fremere tutto il corpo. Ogni parola, ogni comando era una lama di sottomissione, e io ero impotente, costretto a inghiottire e a servire.

Dopo alcuni minuti, il Padrone mi tolse dalla bocca, il membro ormai enorme e rigido, tanto da quasi soffocarmi con la sua imponenza. Senza esitazione, ordinò a mia moglie di sedersi su di lui, di spalle, mentre io dovevo leccarla e contemporaneamente stimolare i suoi testicoli con la lingua.

Obbedii immediatamente, il gusto salato, la pelle calda, il tremore dei corpi intorno a me mi travolgevano. Mia moglie gemeva a ogni mia leccata, il piacere mischiato alla sottomissione, mentre il Padrone osservava con un sorriso compiaciuto.

La Padrona, vedendomi a quattro zampe con il fondoschiena rivolto verso di lei, preparò lo strap-on enorme. Con calma e dominio, mi penetrò. Il dolore acuto, la gabbietta che stringeva, ogni sensazione mi fece gemere, mentre il piacere e la sottomissione si mescolavano in un vortice totale.

I gemiti di mia moglie si univano ai miei, le nostre voci di piacere e umiliazione riempivano il cortile. Eppure, nonostante la nostra sofferenza e la totale impotenza, i Padroni erano soddisfatti, sorridenti, pieni di dominio. Tutto era sotto il loro controllo, e noi non eravamo altro che strumenti del loro piacere.

Dopo circa dieci minuti, il Padrone si estrasse da mia moglie, respirando profondamente e con un sorriso di dominio. «Adesso succhialo,» ordinò verso di me.

Obbedii immediatamente, inginocchiato accanto a mia moglie. La sua grandezza, ormai piena e pulsante, riempì rapidamente la mia bocca. Il sapore intenso e salato mi investì completamente, e il tremito del mio corpo non poteva più essere contenuto.

Nel frattempo, la Padrona continuava a penetrarmi con lo strap-on enorme. Ogni spinta era un dolore misto a piacere, un promemoria del mio ruolo di schiavo totale. Tremavo sotto di lei, il mio respiro affannoso, la bocca piena, incapace di fare altro che accettare tutto ciò che mi veniva imposto.

Dopo la lunga e intensa mattinata, i Padroni decisero di ordinare il pranzo tramite Glovo. Io e mia moglie rimanemmo inginocchiati accanto ai loro piedi, come sempre, mentre i piatti arrivavano: odori deliziosi, caldi, ma noi non potevamo toccare nulla finché loro non ci avessero permesso.

Il pranzo fu consumato lentamente, servendo ogni boccone ai Padroni e sorseggiando un po’ di vino dalle loro mani, un rituale che accentuava il nostro ruolo di schiavi assoluti. Ogni morsi era accompagnato dal loro sguardo autoritario, ogni sorso un promemoria della nostra impotenza.

Dopo il pranzo, arrivò finalmente il bull. La Padrona lo presentò con tono deciso: «Ecco il nuovo bull. Oggi sarà con noi, e voi due, schiavi, sapete bene cosa fare.»

Io e mia moglie ci inginocchiammo immediatamente, il corpo teso, completamente sottomessi. I Padroni ci mostrarono i nuovi sclavi, uno a uno, con precisione e calma, mentre noi osservavamo ogni dettaglio, memorizzando le regole non dette del nostro ruolo.

Quando la presentazione terminò, ci fu ordinato di spostarci verso la spiaggia. Io e mia moglie camminammo vicini, sempre inginocchiati se necessario, con lo sguardo basso e il cuore che batteva forte, mentre il bull ci seguiva insieme ai Padroni, pronti a continuare la giornata di dominazione e sottomissione sotto il sole caldo di Las Palmas.

Arrivati sulla spiaggia, i tre si sistemarono sui lettini, mentre io e mia moglie restavamo inginocchiati, completamente nudi, io ancora ingabbiato. Il sole ci bruciava la pelle, ma il vero calore era quello del loro sguardo dominante.

I Padroni cominciarono a raccontare al bull, ridendo e scherzando, tutto quello che avevano fatto a noi fino a quel momento, umiliandoci davanti a lui. Io rimanevo immobile, impotente, gli occhi bassi, il cuore che batteva all’impazzata, mentre sentivo la vergogna e l’eccitazione mescolarsi in un vortice impossibile da fermare.

Dopo un bicchiere di vino e una sigaretta fumata dai Padroni, il bull ordinò a mia moglie di avvicinarsi e di iniziare a succhiarlo. Io rimasi a guardare, completamente impotente, la mia sottomissione assoluta resa evidente dall’ingabbiatura e dalla mia posizione inginocchiata davanti a loro.

Dopo altre umiliazioni da parte dei Padroni, la Padrona si alzò dal lettino. Mi afferrò per i capelli e mi trascinò in ginocchio verso il mare. Camminammo pochi metri, finché l’acqua mi arrivò alla bocca. Io rimanevo inginocchiato, il corpo teso, mentre lei stava in piedi sopra di me, dominante, il suo sguardo freddo e crudele fisso sui miei occhi.

«Indietreggia la testa,» ordinò con voce ferma. «Guarda me.»

Obbedii immediatamente, il collo teso, gli occhi fissi su di lei. Cominciò a sputarmi in bocca, le parole taglienti: «Sei completamente impotente,» mi sussurrava tra un gesto e l’altro.

Dopo qualche minuto, mi afferrò la testa con decisione e, quasi spingendomi sott’acqua, mi posizionò la bocca esattamente dove voleva. Cominciò a urinarmi dentro la bocca e sul volto, immergendomi di tanto in tanto per “pulirmi”. L’acqua salata e la sua urina si mescolavano sulla mia pelle e nella mia bocca, e io tremavo, completamente sopraffatto dalla sua potenza e dalla mia totale sottomissione.

Dal bagnasciuga, sentivo i gemiti di mia moglie, ancora coinvolta con il bull, e ogni suono mi ricordava quanto fossi insignificante, impotente e ridotto a semplice strumento del loro piacere.

Quando la Padrona ebbe finito di urinarmi, mi ordinò di pulirla con la lingua fino a renderla completamente pulita. Tremavo, le mani nell’acqua e sulla sabbia, la bocca piena del suo sapore intenso, mentre obbedivo senza esitazione.

Dopo alcuni minuti, mi afferrò per i capelli e mi tirò fuori dall’acqua. Sul bagnasciuga, mi ordinò di mettermi a quattro zampe. Senza perdere tempo, si sedette sopra di me, osservando il mio corpo e godendosi lo spettacolo.

Davanti a lei, mia moglie era anch’essa a quattro zampe sulla sabbia, il corpo esposto e tremante. Nella sua bocca c’era il Padrone con il suo strumento enorme, mentre il bull penetrava il suo ano, meno dotato di me, ma ancora potente.

La Padrona mi ordinò allora di avvicinarmi al bull, con la testa tra le sue gambe, e di leccargli i testicoli, umiliato e completamente sottomesso. Ogni tocco con la lingua era un promemoria della mia posizione, impotente e ridotto a semplice strumento.

Ogni tanto, la Padrona estraeva il bull dall’ano di mia moglie per un breve minuto, e mi ordinava di succhiarlo, mentre io obbedivo immediatamente. Dopo pochi istanti, mi faceva prendere con le mani lo strumento del bull e posizionarlo nell’altra apertura di mia moglie, completando così la sua totale dominazione.

Io gemevo, tremavo, completamente soggiogato, mentre la Padrona sorrideva soddisfatta sopra di me, osservando la scena in cui mia moglie era simultaneamente dominata da entrambi, e io ero solo un servitore impotente al loro servizio.

Dopo diversi minuti, forse decine, il bull si estrasse da mia moglie, commentando con voce calma: «Adesso tocca a te fare pulizia.»

Senza esitazione, la spinse verso la mia bocca, mentre dalla sua fessura si stillava ancora il seme. Io obbedii subito, leccando e pulendo, sentendo il sapore intenso e salato in bocca, mentre il bull si allontanava per accostarsi alla Padrona.

In quel momento, il Padrone arrivò e si posizionò nell’altra apertura di mia moglie, penetrandola con decisione. Il gusto e il calore del seme del bull cominciarono a colarmi sul volto, mentre io continuavo a leccare e pulire, le mascelle doloranti per l’intensità e la durata dell’atto.

Dopo circa un minuto, il Padrone si ritirò e mi ordinò di pulirlo con la bocca e le mani. Obbedii, la mia faccia ormai coperta dal gusto amaro e intenso di entrambi, le mani tremanti, completamente sopraffatto. Quando terminai, il Padrone si allontanò sul lettino, accendendosi una sigaretta insieme alla Padrona.

«Adesso,» disse la Padrona, «pulisci tua moglie in entrambe le aperture.»

Mi inginocchiai subito, il cuore in gola, mentre lei si posizionava sopra di me, facendosi leccare il corpo, lasciandosi godere del mio servire. Sapevo esattamente cosa le piaceva, e obbedivo con cura, tremando per la fatica e la totale sottomissione.

Dopo diversi minuti, la Padrona parlò a mia moglie: «Se vuoi, puoi urinare liberamente nella sua bocca.»

Non aspettò neppure che io rispondessi due volte: il getto caldo e intenso mi colpì direttamente in bocca, il gusto e la sensazione mi fecero fremere, mentre dentro di me cresceva un misto di umiliazione e piacere, esattamente come la Padrona sapeva che mi piaceva.

Ormai era sera, e ci spostammo di nuovo nel cortile. Il bull se ne era andato, lasciandoci completamente a disposizione dei Padroni fino a tarda notte, umiliati e usati in ogni modo possibile.

La Padrona ci ordinò di succhiare il Padrone contemporaneamente. Io e mia moglie obbedimmo subito, le lingue che si muovevano freneticamente sotto il suo sguardo severo. Quando il Padrone divenne duro, la Padrona mi disse di sdraiarmi sul lettino, mentre mi penetrava, afferrandomi e tirandomi per la gabbia con forza.

A mia moglie ordinò di cavalcare il mio volto, guidando la sua lingua dove voleva, mentre io gemevo sotto il peso e la penetrazione della Padrona con lo strap-on enorme.

Poi ci fecero metterci a quattro zampe sull’erba, uno accanto all’altro. Il Padrone penetrava mia moglie, mentre la Padrona penetrava me con il suo strap-on imponente. La sincronizzazione dei nostri corpi, la nostra impotenza totale, era completa.

Quando il Padrone eiaculò, ordinò subito di avvicinare le nostre facce, e poi eiaculò direttamente su di noi. Noi, coperti dai loro fluidi, restavamo inginocchiati e tremanti. «Ora leccatevi a vicenda,» comandò la Padrona.

Io e mia moglie obbedimmo, le lingue che si muovevano freneticamente, pulendo e condividendo i sapori e la dominazione dei nostri Padroni. Ogni gesto era un promemoria della nostra totale sottomissione, della nostra impotenza e della loro potenza assoluta su di noi.

La notte ormai calava sul cortile, e noi eravamo esausti, coperti di sudore e dei loro fluidi, completamente sottomessi e umiliati, ma profondamente soddisfatti dal ruolo che ci avevano imposto.

Ci inginocchiammo uno accanto all’altro, il respiro ancora affannoso, le mani tremanti, mentre Marco e Sara si sistemavano comodamente sui lettini, osservandoci con sguardo dominante ma soddisfatto.

«Bene,» disse la Padrona con voce calma ma autoritaria. «Avete servito bene oggi. Ricordatevi il vostro posto.»

Io e mia moglie chinammo il capo, la gratitudine e la devozione mescolate alla totale sottomissione.

«Grazie, Marco. Grazie, Sara,» pronunciammo quasi all’unisono, le parole un semplice riflesso di tutto quello che avevamo vissuto e subito durante la giornata.

I Padroni annuirono, soddisfatti, e per un ultimo gesto ci permisero di restare inginocchiati vicino a loro, assaporando quell’umiliazione dolceamara e la certezza di essere completamente sotto il loro controllo.

Fu così che si concluse la giornata, tra piacere, dominio e totale dedizione ai nostri Padroni, Marco e Sara, con la consapevolezza che il nostro ruolo di schiavi era stato rispettato fino all’ultimo istante.
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